Paola Volpato


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Giovanna Grossato


"Più di una voce"
Presentazione personale Camposampiero "Malinconica- mente", 2002

Laureata in Scienze Politiche a indirizzo economico, Paola Volpato ha seguito parallelamente la sua forte inclinazione all'arte, manifesta fin dagli anni dell'infanzia, frequentando a Venezia l'Accademia di Belle Arti, la Scuola Libera del Nudo, la Scuola Internazionale di Grafica in corsi di tecniche sperimentali e con i pittori come Licata e Basaglia, e, ancora, stages di fotografia e di elaborazioni immagini digitali organizzate dal Museo Fortuny di Venezia.
Altri maestri preziosi di Paola non sono stati e non sono necessariamente solo gli artisti, ma anche i poeti, gli scrittori, i critici, gli intellettuali con i quali essa ha maturato la sua crescita personale e creativa. Sono, ad esempio, V.Basaglia, E.Di Martino, M.Stefani, S. Maugeri, I.Prandin, P. Rizzi, A. Cuozzo, M. Mantovan, V. Monselles, L. Trabucco, L. Facchinelli, Bagno, L.Magno, T. Manera, P.Cagnin, G.Gasparotti, L.Mazzetto, D. Crivellari, D. Manzelli.
Con loro la pittrice ha condiviso esperienze e scambi di pensiero e questi, a loro volta, hanno scritto sulle sue opere. Compagni intellettuali di percorso sono anche E. Evtuscenko, R. Alberti, D. Bellezza, I. Rubini che la Volpato conosce in varie occasioni letterarie come il concorso "I poeti intorno al mondo" promosso da "Il Gazzettino" dove Paola vince, nell'85, un premio di poesia.
La poesia, la storia dell'arte, gli incontri con altri artisti, la sua inesauribile capacità di autodidassi e di inventare nuovi mestieri all'arte sono poi fortemente intrecciati alla sua vita di donna, di madre così come sono finemente intrecciati tra loro sono i motivi della sua pittura: figure e situazioni che appartengono al vissuto quotidiano, e dunque alla storia, e concetti primari, e dunque assoluti; personaggi già dipinti e appartenenti ad un passato già decantato dal vaglio del tempo e riemerso non come valore culturale ma come immagine-archetipo che si riappropria del presente.
Sembra anzi che il ripercorrere e mescolare insieme i motivi della propria vicenda personale con quelli della storia dell'arte dia un risultato olistico, assolutamente superiore alla loro somma, fornendo nuova forza propulsiva alla ricerca di icone da proiettare fuori di sé e nel futuro.
In un certo senso si potrebbe affermare che l'attività ormai ventennale di Paola Volpato, pur nella complessità dei suoi motivi (o anzi, appunto, proprio anche in virtù di questa complessità) esempli magistralmente e interpreti una tendenza dell'arte contemporanea attuale che, alla determinazione degli impegni programmatici o teorici, preferisce un'espressione fondata su libere rielaborazioni, a partire da esigenze individuali, di suggestioni, motivi, strutture, soluzioni formali provenienti da più fonti del presente e del passato. "Se è già stato fatto, perché rifarlo? - si interroga retoricamente Paola - mi serve, dunque lo riutilizzo per quella forma che mi suggerisce, per quel contenuto che mi sostiene in quanto vado affermando".
Semplice, diretto, ovvio. Nascono così moderne Madonne senesi che hanno perduto, nel rutilante barbaglio del manto e nell'oro delle aureole, tutta la loro timida ritrosia e l'ansioso trasmutare del corpo che accoglie il Verbo all'annuncio dell'Angelo: di esse rimane il sogno perduto dentro un libro al segno del quale un dito della mano bianca trattiene il filo. Nascono rane, rapide a percorrere il tratto pericoloso e insonne della iuta per giungere all'acqua rassicurante di un grembo.
Le opere così elaborate costituiscono una saldatura tra tutti i contenuti del passato che sono andati a sedimentare il presente e il futuro, aperto ad una eterna continuazione del racconto, distese poetiche popolate di mitiche madri protese verso bimbi immortali.
E l'utilizzo di queste rielaborazioni ha, più o meno implicitamente, il suo punto di forza nella rifondazione del linguaggio dell'arte: personale, complesso, curioso tanto quanto curioso, complesso e personale è l'eclettico repertorio dei contenuti.
Sicchè, come del resto è necessario ad ogni operazione artistica degna di tale nome, contenuti e forma trovano nel reciproco rispetto ed equilibrio la necessità del loro coesistere.
Nell'invenzione continua dei sistemi costruttivi, nella indefettibile affabulazione che costituisce la testura perenne del suo procedere, Paola Volpato riesce tuttavia a dare organicità e coerenza alle ragioni dello spirito: riesce a narrare utilizzando una omogeneità formale che si fa riconoscere al di là della eterogeneità delle tecniche e anche della struttura stessa del lessico che varia a seconda dell'umore, dell'esigenza, del contingente.
Forse ciò deriva dal fatto che le sue storie sono state raccontate negli anni attraverso molte voci elaborando un linguaggio che si articola attraverso forme e simboli che affondano le radici in un passato lontano e lontanissimo e che si concretizza in una originale mitografia personale in cui il collettivo, l'antico, il consacrato si traducono in una memoria e in un presente solo di Paola.
La sua fagocitosi iconica e mediatica, elaborata nei temi del quotidiano, assume la trama dinamica e coerente di un nuovo prodotto: moderno e visionario insieme; talvolta romantico e donnesco, talvolta suadente e pieno di intrighi . Post-surreale, micro-simbolista, neo-pop, onnivoro e dall'orizzonte ampio, che adatta i soggetti ad inquietanti ambiguità e a sogni libertari di incontaminata idealità.
I colti riferimenti ai grandi maestri non oscurano mai la navigata alterità della pittrice e non soverchiano la sua personalità riconoscibile pur nella molteplicità del lessico ora adatto all'intensa e fondamentale razionalità ora al flusso irruente di pulsioni improvvise.
L'attenzione di Paola Volpato si appunta, con uguale misura, sia sugli oggetti che sulle storie, sulle persone, sui sentimenti: ciò che varia è il grado di alterazione dello sguardo che opera zoommate o campi lunghi, che evidenzia particolari altrimenti insignificanti o banali portandoli sotto un riflettore, alla luce del sole o a quella dell'analisi intellettuale. In una parola è l'azione analitica del guardare che altera gli oggetti e li riconduce ad una comune forma, ad una matrice che è l'espressione pittorica di Paola Volpato.
Medioevo, tardo Rinascimento, Barocco, Surrealismo, Metafisica, Pop, Transavanguardia: tutto trova unità in una nostalgia attenta, travolgente e accesa, in una memoria storica acuta e struggente ma organica, che possiede un suo percorso determinato, attraversato da minuziose e talvolta criptiche evocazioni.
Significativa nella sua ricerca pittorica, la necessità della parola ad integrazione del colore e del segno, quasi a dichiarare l'insufficienza semantica di questi ultimi: si tratta forse del desiderio di appropriarsi di un medium totale e onnipotente i cui morfemi emergono anche nell'eclettismo delle attività artistiche di Paola che spaziano dalla grafica, all'affresco, al disegno tessile da cui sono state prodotte collezioni per l'alta moda, alla progettazione di tappeti e di vetri per importanti fornaci veneziane, ai disegni per l'editoria. Non manca alla sua esperienza nemmeno la poesia: quando ci si è cimentata, nel 1985, allorchè il quotidiano "Il Gazzettino" ha indetto un concorso intitolato "I poeti intorno al Mondo", ha vinto un premio e, in seguito, le sue poesie sono state pubblicate su Ed del Leone, sulla rivista Venezia 7, sul Lunario Nuovo di Sicilia, sulla antologia edita dal Comune di Noale, "Noale tra poesia e disegno".
Ha persino pubblicato, nel dicembre dello scorso anno 2000, un volumetto dal titolo "Il pentagramma dell'architetto", appositamente poetato e illustrato da Paola per l'architetto Teresa Caleghin che le chiese di elaborare 5 formelle che traducessero in pittura 5 "P" architettoniche: Pensiero, Pianeta, Poesia, Progetto, Parola.
Codici di riferimento l'azzurro cobalto e l'arancio terra di Siena. Non a caso: l'azzurro è il colore più profondo: lo sguardo vi si immerge senza incontrare ostacoli e si perde all'infinito, come se la tinta si sottraesse continuamente. L'azzurro è il colore più immateriale: in natura è presente solo come trasparenza, fatta cioè di vuoto: vuoto dell'aria, vuoto dell'acqua, vuoto del cristallo o del diamante. Il vuoto è esatto, puro e freddo. L'azzurro è il colore più freddo e il più puro in valore assoluto, ad eccezione del vuoto completo del bianco. E l'insieme delle sue funzioni simboliche, sia in questo libretto "pentagramma per l'architetto" che in ogni momento della pittura di Paola, dipende da queste qualità fondamentali.
L'arancione è, invece, il colore che si pone a metà strada tra il giallo e il rosso ed è per questo il più attinico, posto tra l'oro celeste e il rossore ctonio, simbolo del punto di equilibrio tra lo spirito e la pulsione fisica. Ma l'equilibro tende sempre a spezzarsi e allora, l'arancio diventa l'espressione dell'amore divino oppure della passione. Di Dioniso si dice portasse abiti arancioni; color zafferano sono le tuniche dei monaci buddhisti; pure di questo colore è il flammeum, il velo dei fidanzati, simbolo dell'eternità dell'amore e anche gli abiti delle Muse, figlie del Cielo e della Terra.
Arancio è, a sentire Virgilio, il velo sul capo della bellissima, fedifraga Elena di Troia.
Anche l'arte oscilla tra questi poli: tra senso e pensiero, tra spirito e corpo, tra immaginazione e realtà e in modo particolare l'arte di Paola Volpato sembra assolvere pienamente, e risolvere, questa feconda ed eterna dicotomia.


Giovanna Grossato



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