Paola Volpato


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Francesca Brandes


Francesca Brandes,
"Vedere di fianco" - Note sull'opera di Paola Volpato - presentazione catalogo 2000-2006

L'indizio della dialettica ha più
valore della dialettica stessa.
R.W. Emerson


La bocca secata, al tratto, scissa. Un urlo di garza, brutale come in Bacon, dentro un teatrino di briciole, segni, ori di latta, tesori di bambina. La catastrofe viene anche da qui, in questo muoverci dall'oceano alla terra mentre la marea si ritira, offrendo alla vista il frutto della vita. Sono immagini laceranti, talvolta eccessive per cromìa ed effetto, talvolte incise nella carne: sempre opere di techne.
E' un dare che affama chi guarda, l'arte di Paola Volpato. E' un'acqua che asseta, costringe alla responsabilità, se non al giudizio. Gli artisti forti sono infrequenti, perché l'autonomia è scomoda. Scomodo è chi fa pensare senza assunti programmatici. Scomodo è chi cerca, chi comprende che si devono conoscere i testi, per poi privilegiare i rapporti, le interpolazioni. Paola esercita sempre, a mio parere, un atto critico, una sorta di dis-lettura sul mondo e sul tempo, prima di raccogliere sulla battigia ciò che rimane. L'impegno narrativo dei suoi cicli, della sue donne mai graziose, come pervase da un sottile nervosismo che intuiamo sulla pelle e brucia negli occhi (che è poi il tratto fisico più evidente nell'artista stessa, una specie di firma), procede sempre in parallelo ad un fenomenale, lucido impegno esplicativo. E' intelligenza distribuita, come direbbe Vygotskij: l'atto non è mai isolato, consiste piuttosto in una rete di riferimento caratteristica ed unica. Ciò significa che le parti di un testo pittorico di Paola - particolarmente felice la scelta di affiancare, in catalogo, i particolari all'opera - sono sempre funzioni della struttura esposta. L'insieme, tuttavia, non può venir costruito senza le parti adatte: quel determinato inserto (spesso ironico, perfino demenziale), quel rimando classico che farebbe tremare le vene ed i polsi a chicchessìa e l'artista usa con rispetto magistrale, quel profumo tenero di maternità succhiata. E' tale oscura e magica interdipendenza "parti-tutto" a rendere l'opera stessa suscettibile d'interpretazione sia nell'alba della sua nascita sia nel giorno pieno della nostra comprensione. Ogni singolo ingrediente è necessario al gioco: esiste in Paola una memoria incoercibile delle emozioni, una memoria primaria che lega le fantasie ad immagini provviste di simbologia propria. Le "figurine" dell'artista, i suoi sassi di Pollicino non utilizzano solo proprietà associative: sono atti vertiginosi, mai aleatori.

Paradossalmente, recuperano una tradizione comune, un tempo umano a cui danno misura gli eventi. Il sentimento di Paola Volpato mantiene una specifica forza di segnale e come tale riemerge, disorientandoci, talvolta rompendo gli schemi. Sempre, per ciascuna fibra incollata ad erbario nel solco del ricordo, in quella gustosa wunderkammer privata, l'artista si riappropria della presenza, come di uno status primigenio.

Presenza è per Paola un concetto importante, che trae linfa da un "vivere reciproco", profondo. L'artista prende possesso del proprio mondo, vi si rapporta, stabilisce empatie. Talvolta affronta le questioni analizzando; talvolta, invece, procede per flussi energetici, d'istinto. Così l'Emily Dickinson di Paola è più che mai Emily, coraggio della leggerezza e pregnanza dell'idea. Asciutta, persino nelle tracce di un mondo rinchiuso; Emily dominante. Così il Maternale su tavola, poderosamente iconico o la saldezza rinascimentale degli Angheloi. L'agire, in queste opere, ha rilevanza comunicativa tanto più efficace quanto più l'artista conserva nei sensi l'originaria vicinanza con il corpo: corpo vissuto e fantasmatico, grazia animale ruvida che scansa ogni leziosità. Animale è il gesto, animale toccare la vita.

A questa adesione presente, calda e commossa, a questa vocazione di consonanza, Paola somma anche - ed è un procedimento complicato, da appostamento - una visione diversa: è visione trasversale, quasi un rilievo stratigrafico. La traccia, l'indizio si decantano in una dimensione temporale che ristabilisce l'imperio della materia. Sono gli anelli del suo albero.
Guarda di fianco, l'artista, ed è come se vedesse attraverso; curva l'orizzonte nella circolarità di un abbraccio. La sua dis-lettura, nei giorni, si fa assieme veggenza e nostalgia: è mnemosine.


Francesca Brandes

Luglio 2006


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